mercoledì 11 luglio 2007

racconti di strada #1

E’ un tiepido e calmo sabato pomeriggio di Giugno. Per l’esattezza è il 30 di Giugno e sono le 17:15. L’abitudine di vagare per la città alla ricerca di situazioni amene ed inconsuete ci ha oramai pervaso da tempo. La nostra meta oggi è la “Civita”, il nostro bello e dimenticato centro storico.

Ci arriviamo a piedi, dopo un caffè preso al bar ed una sigaretta fumata ad uno dei suoi tavolini, e ci arriviamo carichi del nostro bagaglio di preconcetti, conviti di non andare a scoprire niente di nuovo…ed è qui che iniziamo a sbagliare per la prima volta! E camminiamo, sicuri, fieri, un po’ esploratori, un po’ turisti, senza badare più di tanto al percorso da fare. E’ bello però camminare senza curarsi di seguire un percorso preciso, solo con le mani in tasca e la testa in su, sentendo ogni passo imprimere la strada, respirando gli spazi con i suoi odori, ed emozionandosi quando, entrando in uno slargo, riscopri una cosa che avevi sentito raccontare nelle storie dei tuoi nonni e che a fatica ripeschi fra le nebbie dei tuoi ricordi adolescenziali: un “ricunculo”. Caspita è veramente un “ricunculo”! Un capannello di donne sedute su delle sedie di paglia che fanno di tutto: chiacchierano, ricamano, preparano conserve, giocano con i bambini: - E’ incredibile, ancora si fanno! – diciamo.

Il nostro arrivo forse rompe la loro quiete. Ci sentiamo un po’ a disagio e fuori luogo, ma salutiamo tutti e continuiamo increduli verso la villetta del Vescovado. Il degrado dei luoghi è palesemente percepibile, ma in fondo abbiamo appena scoperto che hanno un’anima e questo ci rincuora un po’, anche se un attimo dopo il nostro umore cambia. Abbarbicato su di un palo della pubblica illuminazione vediamo un ragazzetto che smanetta con la lampada: - Ecco, il solito vandalo! - è il nostro primo pensiero. Poi, però, avvicinandoci ci rendiamo conto che il nostro giudizio era stato frettoloso. E più avanti capirete che qui abbiamo sbagliamo per la seconda volta! Per intanto troviamo la villetta stranamente ordinata (anche se il contorno è alquanto decadente): l’erba tagliata, la vasca al centro ripulita, c’è finanche un bidone dell’immondizia, un tavolino con delle sedie e poi, un bel gruppetto di ragazzi vivaci, che giocano a carte e rumoreggiano: - Strano che ci sia tutta questa vita. - ci diciamo, ma non curanti decidiamo di procedere avanti, lungo la camminata sul Canal Greco, verso il Castello Aragonese. Qui la città medioevale si stacca violentemente dalla città ottocentesca, una rottura secca, due mondi che hanno smesso di dialogare da tempo, ognuno continua a vivere con la propria gente e con i propri ritmi, e questo non và affatto bene. Poi quando ci sporgiamo a vedere fra le impalcature il restauro che il Castello sta subendo ribadiamo questo concetto in modo più deciso: - Ma cosa stanno combinando? Questo non lo si può definire esattamente un restauro. - sobbalziamo. E ci rattristiamo. Ma cosa possiamo fare? Bella domanda questa. Riflettiamo per un pò e onde evitare di perplimerci completamente decidiamo che è meglio tornare indietro a riguardare con più attenzione il largo Vescovado. Un tempo, in questo luogo preciso, soggiornavano i vescovi, ed in tutta franchezza, si erano scelti proprio un gran bel posto: soleggiato, ventilato, appartato quel tanto che basta, e con un panorama rivolto ad una delle catene montuosa più belle di tutto il Suditalia, il Pollino. Anche i ragazzetti che affollano la villetta oggi si godono tutto questo, magari inconsapevolmente, eppure lo fanno. Entrando nel loro spazio ci sentiamo gli sguardi addosso, incuriositi e dubbiosi, e per rompere il ghiaccio chiediamo da quanto tempo hanno tagliato l’erba. E qui il loro orgoglio viene tutto fuori e la timidezza scompare all’improvviso: - Ma che dici?! L’erba l’abbiamo tagliata noi ieri pomeriggio, che se non lo facciamo chi ci pensa. Ci sarebbe una foresta! E le lampadine, guardate, guardate, le abbiamo cambiate tutte. Erano fulminate. C’abbiamo messo pure sto tavolino con le sedie, e stiamo qui il pomeriggio. – un torrente di parole, siamo assaliti dal loro entusiasmo. Non ci mollano. Hanno trovato qualcuno con cui sfogarsi e noi ci guardiamo, esterrefatti, meravigliati ma compiaciuti. Cavolo! Chi l’avrebbe mai detto. Prendiamo la palla al balzo e gli chiediamo che cosa ne pensano di adottare quello spazio, magari organizzandoci delle serate in musica, portandoci un po’ di gente, organizzando insomma una festa. Non aspettavano altro: - Ia come no! Magari! Sarebbe bello. Che dobbiamo fare? Diteci che vi aiutiamo, organizziamo subito. - è la loro risposta. - Questa - pensiamo - è energia allo stato puro. - che forse fa difficoltà a trovare sfogo, ma ce la mettono tutta, cercano di non impantanarsi nella palude delle assenze istituzionali, hanno tanta buona volontà e fuggono da quegli stereotipi che i media ci passano, bulli e devastatori. Siamo felici e siamo coinvolti dalla loro felicità. Poi uno di loro si avvicina e ci chiede gentilmente se può darci il suo curriculum. E’ un tecnico del suono. Disoccupato, ovviamente. Ha bisogno di lavorare e ci dice: - Magari con la vostra associazione…conoscete delle persone che hanno bisogno di me. Io ve lo lascio, non si sa mai. - Lo prendiamo, lo leggiamo, ci esaltiamo vedendo quanta esperienza possieda, e chiariamo che non gli possiamo promettere assolutamente niente, ma che se dovesse capitarci l’occasione giusta ci ricorderemo di lui. Ma è ora di andare. Sapete, facciamo difficoltà a separarci da questo posto. E’ stato un pomeriggio di sorprese piacevoli e di smentite clamorose. Sorprese, per aver avuto modo di incrociare una realtà che ignoravamo. Smentite, per i luoghi comuni che sono stati abbattuti. In ogni caso è da archiviare nella sezione delle positività. Quelle positività che questa città nasconde e che abbiamo desiderio di conoscere.

Le foto sono di Salvatore Dessì e Armando Garofalo.
Salvatore Dessì & Armando Garofalo

8 commenti:

Anonimo ha detto...

hey ragazzi, mi sembrava di eesere li con voi mentre leggevo le vostre parole.
Splendido
Giovanni

Anonimo ha detto...

Ciao Armà,
Beh rimango a bocca a perta veggendo e vedendo le immagini sul blog, state togliendo la polvere e riscoprendo un mondo che esiste per davvero:), state dando voce a persone e luoghi dimenticati, prima di chiederci dove andiamo, chiediamoci chi siamo, grazie per avermi invitato in questo percorso fantastico, dare voce a ciò che ci circonda e saper ascoltare ciò che ci circonda, davvero davvero complimentie un incoraggiamento ad andare avanti sempre con la stessa forza , la stessa energia e la stessa qualità
Giovanni

Mary, Crotone ha detto...

Vedere, vedere, vedere.....è sempre vero quello che vediamo?...a volte gli occhi ci fanno vedere ciò che "vogliamo vedere"..... ciò che è "radicato" nella nostra mente e che inevitabilmente e scioccamente, per associazione di idee, ci porta a commettere l'errore di fermarci SEMPRE alle apparenze...ad esprimere giudizi affrettati che ci impediscono di capire "come stanno effettivamente le cose"...togliamo questo assurdo velo ai nostri occhi e alla nostra anima...solo allora potremo cogliere la vera essenza della realtà.....bella l'analisi in questa parte della città (che come per la maggiore un pò ovunque) risulta essere "dimenticata anche da Dio"....

Anonimo ha detto...

X Mary di Crotone,
Hai ragione sulle apparenze, sull'indolenza, sulla stanchezza di maturare una idea un pensiero che sia davvero personale e non frutto anche della paura di avere un proprio pensiero perché é piu facile uniformrsi. Ho usato l1eufemismo che Castrovillari sembra una grande etichettatrice e tutti noi abbiamo i noi bei bollini appesi. Questo posto non é dimenticato anche da Dio, questo posto é dimenticato solo dagli uomini, perché Dio riesco a vederlo anche in una foglia che cade al suolo. Dimenticarsi di se stessi, svendere la propria identitá perché é piu facile cosi.Ora peró ecco prima che i discorsi scadano nel fatalismo bisogna agire. Ad esempio per te mary quai'é la cosa piu essenziale che manca al nostro territorio? come potremmo concretamente noi giovani relizzare questa cosa? Che tipo di contributo significativo é richiesto? Ecco togliendo il velo che copre le idee di una ragazza crotonese cosa esce?

Pace Giovannu

salvatore ha detto...

caro armando e salvatore anche qui a perugia dove studio è stata apprezzata la vostra creatività e determinazione nel sottolineare ciò che di bello esiste ancora a castrovillari se pur nascosto dal senso di angoscia e di abbandono che investi i giovani castrovillaresi ma grazie a voi stanno uscendo dal loro terpore... che dire in bocca al lupo per il vostro blog. vedo che col tempo si arricchisce di commenti e di immagini...grazie per avermi informato del vostro lavoro...
penso a castrovillari ci sia bisogno di gente come voi capaci di dar voce e soprattutto sfogo a quei pochi ragazzi che credono ancora nella rinascita di castrovillari (voi in primis) e perchè no cominciare da qui?

salvatore

Mary, Crotone ha detto...

Caro Giovanni,
innanzitutto sono felice che tu abbia, con il tuo intervento, specificato una cosa importante, vale a dire "che sono gli uomini che hanno dimenticato quei posti non Dio".... troppo spesso infatti la nostra incapacità di agire ci ha fatto nascondere dietro anche semplici comuni modi di dire....
Ma veniamo a noi.... hai mai sentito della "famosa farfalla che sbattendo le ali provoca un uragano?"...secondo te è un paradosso o una realtà?... per me è una realtà perchè a volte bastano piccole variazioni nella complessità delle cose per contribuire a cambiarne l'andamento....Ecco, io sono una delle tante farfalle della nostra Calabria perchè mi rifiuto di "restare prigioniera di un sinistro incanto" nè di rassegnarmi alla "fatale immobilità delle cose".... ma la mia è solo una voce da unire a un coro molto più grande di voci che ha tanto da dire....e tutto questo in un confronto costante, incessante e costruttivo....
Ora tu dirai...la farfalla è bella, però è fragile e muore subito.... è vero... ma di farfalle ce ne sono tante solo che ancora molte hanno paura di volare....
Mi viene in mente una frase letta su un libro di cui però non ricordo il titolo, ma testualmente diceva "in realtà sono una persona completamente diversa solo che non trovo mai il tempo e il modo di dimostrare anche semplicemente ciò che voglio".... ecco è arrivato il tempo di dimostrare.... è il momento di agire "sperando in qualcosa".... è il momento di "svelare gli occhi".... di veder volare nel cielo "queste farfalle"....
Cosa manca al nostro territorio?...ebbene....noi stessi...noi manchiamo al territorio.... ovviamente non in senso fisico (io vivo qui), ma manca ciò che è in noi, la forza che è in noi.... la grinta, la voglia del nuovo, l'energia ... cose troppo spesso sopite e che in realtà rappresentano l'elemento essenziale per cambiare la perenne immobilità delle cose...
So perfettamente che questa mia risposta più che altro romantica e poco pragmatica mette ulteriori puntini sulle i senza specificare nulla.... ma vedi io vivo il percorso di diaframmi in un certo modo...nel senso...per me ora è la fase della "presa di coscienza" a cui associare la denuncia, poi arriverà il momento del dibattito e delle proposte, poi l'azione....ecco per me non vale la logica "tutto e subito" perchè poi "dopo?".... quindi in punta di piedi mi avvicino a questa esperienza vedendo in essa quel crescendo che pian piano mi porterà lì dove tutti noi giovani calabresi vogliamo arrivare.... cambiare la notra Terra....

marta ha detto...

concordo su tutta la linea... e anche a me mi piace essere una delle tante farfalle, che non smettono di sbattere le ali, anche se sono lontana...

Anonimo ha detto...

ciao mary,
ho potuto solo ora leggere il tuo post e quindi ti rispondo. In effetti ognuno vive il suo suo diaframmi nel modo piu personale possibile. Mi piace il concetto di provcare un uragano da un semplicce battito d'ali di una farfalla. Possono esserci dietro tanti commenti, a me di questa immagine che mi dai mi piace sottolineare l'intesità e l'eleganza con la quale la farfalla si muove. Ti dedico una poesia di Nazzim Hikmet che si intitola:


Autobiografia (1962)

Sono nato nel 1902
non sono più tornato
nella città natale
non amo i ritorni indietro
quando avevo tre anni
abitavo Alep
con mio nonno pascià
a 19 anni studiavo a Mosca
all'università comunista,
a 49 ero a Mosca di nuovo
ospite del comitato centrale
del partito comunista
e dall'età di 14 anni
faccio il poeta
alcuni conoscon bene le varie specie
delle piante altri quelle dei pesci
io conosco le separazioni
alcuni enumerano a memoria i nomi
delle stelle io delle nostalgie
ho dormito in prigioni e anche in alberghi di lusso
ho sofferto la fame compreso lo sciopero della fame
e non c'è quasi pietanza
che non abbia assaggiata
quando avevo trent'anni hanno chiesto
la mia impiccagione
a 48 mi hanno proposto
per la medaglia della Pace
e me l'hanno data
a 36 ho traversato in sei mesi
i quattro metri quadrati
di cemento
della segregazione cellulare
a 59 sono volato
da Praga all'Avana
in diciotto ore
ero di guardia davanti alla bara di Lenin nel '24
e il mausoleo che visito sono i suoi libri
han provato a strapparmi dal mio Partito
e non ci son riusciti
e non sono rimasto schiacciato
sotto gl'idoli crollati
nel 51 con un giovane compagno
ho camminato verso la morte
nel 52 col cuore spaccato ho atteso la morte
per quattro mesi sdraiato sul dorso
sono stato pazzamente geloso delle donne ch'ho amato
non ho invidiato nemmeno Charlot
ho ingannato le mie donne
non ho sparlato degli amici
dietro le loro spalle
ho bevuto ma non sono stato un bevitore
ho sempre guadagnato il mio pane
col sudore della mia fronte
che felicità
mi sono vergognato per gli altri e ho mentito
ho mentito per non far pena agli altri
ma ho anche mentito
senza nessun motivo
ho viaggiato in treno in areoplano in macchina,
i più non possono farlo
sono stato all'Opera
i più non ci vanno non sanno
nemmeno che cosa sia
e dal '21 non sono entrato
in certi luoghi frequentati dai più
la moschea la sinagoga la chiesa
il tempio i maghi le fattucchiere
ma mi è capitato
di far leggere la mia sorte
nei fondi di caffè
le mie poesie sono pubblicate
in trenta o quaranta lingue
ma nella mia Turchia
nella mia lingua turca
sono proibite
il cancro non l'ho ancora avuto
non è necessario che l'abbia
non sarò primo ministro
d'altronde non ne ho voglia
anche non ho fatto la guerra
non sono sceso nei ricoveri
nel mezzo della notte
non ho camminato per le vie
sotto gli aerei in picchiata
ma verso i sessant'anni mi sono innamorato
in una parola compagni
anche se oggi a Berlino sono sul punto
di crepar di tristezza
posso dire di aver vissuto
da uomo
e quanto vivrò ancora
e quanto vedrò ancora
chi sa.

questa è la storia di una farfalla che ha scatenato un uragano, un mio piccolo regalo per te e per tutte le altre farfalline di diaframmi. Non smettete di volare

giovanni